Storia del Comune

Come tutte le grandi e piccole città del passato sorte sulle rive di un qualsivoglia corso d'acqua, anche Piacenza d'Adige deve i natali all'importanza del fiume Adige

Descrizione

Come tutte le grandi e piccole città del passato sorte sulle rive di un qualsivoglia corso d’acqua, anche Piacenza d’Adige deve i natali all’importanza del fiume Adige così terribile da incutere spesso timori e paure, e allo stesso tempo così necessario alla vita dei ostri progenitori da diventare indispensabile tanto come via di comunicazione fluviale e fonte di energie per i mulini, quanto come elemento naturale più adatto all’irrigazione ed alla fertilità delle terre.

Terre che sono state la culla di una vita semplice, serena e tuttavia dura e travagliata da consentire di strappare questo terreno di tipo alluvionale alle paludi della remota distesa del Lago di Vighizzolo.

In un siffatto acquitrino di sabbia e terra senza sassi non sono stati rivenuti insediamenti antichi di origine romana anche se il territorio dell’Intero Agro Atestino è stato retto da genti romane. La prima citazione riportata su atto pubblico è del 25 novembre 1186, giorno in cui Papa Urbano III dà conferma al monastero di S. Maria delle Carceri dei possessi e dei diritti che esso aveva nella Scodosia, nominando appunto una certa “Villa Plancentia”.

Nella variante di “Plagentia” la ritroviamo nel 1220: Federico II imperatore in quell’anno ordina al comune di Padova di non ingerirsi nella giurisdizione degli stati Azzo marchese d’Este.

L’anno 1225 si rivela ancor più generoso di notizie: dapprima il nostro paese viene citato nel codice Statuario della Repubblica di Padova e poi in una sentenza nella quale Ottone Demandello, podestà di Padova, condanna un certo Filippo da Piacenza a pagare entro giorni otto la somma di seicento lire padovane per aver falsificato un documento (in caso di omissione di pagamento gli sarebbe stato tagliato il naso unitamente al labbro superiore).

Nel 1393 i padovani gettano sull’Adige, proprio a Piacenza, un ponte di barche per passare alla conquista di Lindinara, Barbuglio e Cavazzana.

Interessanti e ben documentati delle visite pastorali sono i dati relativi alla Parrocchia ed alla Chiesa di Piacenza intitolata a S. Antonio Abate. Dapprima essa è menzionata nella visita vescovile del 2 settembre 1448. Poi, la visita del 22 maggio 1683 ci rende noto che la Chiesa è stata consacrata il 5 maggio 1413 da Andrea di Montagna, vescovo di Divrasto nell’Epiro, con licenza e per commissione del vescovo di Padova Pietro Marcello. Ciò induce a credere che la Chiesa fosse stata costruita intorno al 1400.

La visita del 6 ottobre 1536 segnala che il pavimento della Chiesa è stato rialzato di tre piedi (oltre un metro) a causa delle annuali inondazioni dell’Adige. Il 10 giugno 1571 il Vescovo Ormaneto si ritiene soddisfatto della bellezza della nostra Chiesa in cui primeggiava, a suo parere, la pittura della passione di Gesù Cristo.

Nella visita del 1747, il Cardinale Razzonico riscontra che la Chiesa è insufficiente all’ormai accresciuta popolazione; centocinquanta anni più tardi essa viene infatti demolita per lasciare posto a quella attuale costituita da tre navate in stile neoromanico. Costruita dunque in piena seconda guerra mondiale, la Chiesa fu inaugurata nel 1944 e consacrata nel 1950.In seguito, recentemente dopo accurati lavori sia all’interno che all’esterno, essa è stata riportata agli originali splendori progettuali di cui è entrato a far parte anche il nuovo campanile.

Nel 1783 i periti veneziani rettificarono l’intera zona dell’Adige e situarono Piacenza nella pronunciatissima ansa dell’Adige detta appunto Volta di Piacenza. Sono ormai maturi anche i tempi per la bonifica delle Valli Moccenighe ed i veneziani trovano interessanti queste terre sia per motivi commerciali che ludici. Pur primi di documenti riteniamo opportuno citare infatti l’importanza che, in quel periodo, sono venuti acquistando strutture come il noto “Palazzo Rosso”, residenza estiva e, perché no, di caccia della regina di Cipro Caterina Cornaro, oppure gli utilissimi punti di stazionamento, detti “restara”, per i “burchi”, cioè quei barconi usati per il trasporto fluviale che, dovendo risalire la corrente dell’Adige, venivano trascinati da buoi e cavalli. Gli animali da traino venivano opportunamente cambiati in questi forti di cui il “manufatto” ne è la chiara testimonianza.

La storia recente di Piacenza d’Adige è quella di quasi tutti i paese della Bassa Padovana ad economia prettamente agricola: un lento e costante declino sia economico che demografico a causa della meccanizzazione e dell’emigrazione verso i centri dove l’industria e l’artigianato sono più prosperi.

L’augurio è che negli anni novanta un rinnovato amore per le proprie origini e la propria terra investa i giovani e li coinvolga nella vita ed associativa del paese così da poter permettere ai nostri figli domani di scrivere nuove e più ricche pagine di storia e vita sul nostro paese

Ultimo aggiornamento: 06/02/2024, 11:32

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